Le chiese di Pavia


San Salvatore in Santa Maria Teodote

Quando il visitatore del Seminario di Pavia varca la soglia della cappella del Salvatore il suo volto assume il tono dello stupore e della meraviglia. Con lo sguardo rivolto all’armonica architettura e alle stupende raffigurazioni si è introdotti alla preghiera, alla contemplazione, al silenzio.
Lo stupore suscita anche le domande di chi vuole conoscerne l’origine, il significato, la storia e riteniamo che la pubblicazione di questa piccola guida della collana “Le chiese di Pavia” finalmente risponda all’interesse di molti, cittadini pavesi e visitatori da ogni dove.
La cappella del Salvatore respira della tradizione spirituale monastica e presenta i santi come i modelli capaci di introdurci nella conoscenza e nella sequela di Cristo; il presente libretto fa parlare queste raffigurazioni perché conducano anche noi all’incontro con il Signore Gesù.
Oggi la cappella è luogo di preghiera per la comunità del Seminario: con la presenza dei giovani seminaristi questo tempio diventa luogo vivo, risuona di canti e di preghiere come un tempo, rivive nella freschezza delle origini.
La conoscenza sempre più approfondita di questa cappella sia di aiuto alla nostra comunità per crescere nella spiritualità che la tradizione ecclesiale ci consegna e sostenga il cammino di chi vuole veramente seguire il Signore sulla via della santità.


Il Monastero di Teodote
La più antica testimonianza sul monastero è quella di Paolo Diacono che, nell’Historia Langobardorum, racconta: «Cuniberto re prese in moglie l’anglosassone Ermelinda; costei avendo visto al bagno una giovane di nome Teodote, di nobilissima famiglia romana con un corpo assai bello e dotato di una lunga capigliatura bionda […], ne lodò la bellezza a suo marito il quale, dissimulando il piacere che gli veniva da questi discorsi della moglie, arse d’amore per quella giovane; senza indugio si portò a cacciare nella foresta detta Orba e ordinò che sua moglie venisse con lui. Il re poi, abbandonando la caccia, di notte ritornò a Pavia e fatta venire a sé la giovane Teodote con essa si giacque. Poi però la fece entrare nel monastero di Pavia, che da lei prese il nome».
Il monastero dunque esiste già ai tempi di Cuniperto (687-700); è importante ed economicamente solido. Teodote diventa badessa, e il suo nome si salda indissolubilmente a quello del monastero.
Nel 1473 le monache di Teodote passano sotto la giurisdizione dell’abate del monastero benedettino di San Salvatore, collocato, a poca distanza, fuori dalle mura della città, il quale a sua volta dipende dalla Congregazione di Santa Giustina di Padova. È il momento del grande rinnovamento edilizio in forme rinascimentali.
Il complesso era ubicato nel quadrante sud-ovest della città, vicino alle mura, nelle quali si apriva una piccola porta (pusterla) che divenne elemento così fortemente connotativo da determinare la denominazione popolare di Monastero della Pusterla, come testimonia Opicino de Canistris nel 1330 nel Liber de laudibus civitatis ticinensis.
Un disegno messo a punto da Giovan Battista Claricio nel 1585 documenta con evidenza il rapporto con la cinta muraria più antica, che verrà a mancare in seguito ai successivi ampliamenti urbani.
Nella mappa Ballada (metà XVII sec.) il complesso, indicato con il numero 66, è presentato nella estensione secentesca, che comprende un intero isolato, fatta eccezione per l’angolo nord-est, dove, indicato con il numero 50, si colloca il monastero olivetano di San Bartolomeo.
Nel Catasto Teresiano (1751-57) il monastero è registrato all’interno del comparto urbano di pertinenza della parrocchia di San Giorgio in Montefalcone.
Le benedettine rimangono nel monastero fino alla soppressione (1799); in seguito il complesso, messo in vendita, finisce in mani private.
Nel 1867, grazie all’acquisto effettuato dal vicario capitolare Vincenzo Gandini, diventa sede del Seminario Vescovile (Valle 1907, p. 210).

Il chiostro
Una consistente operazione di rinnovamento trasforma radicalmente l’antico monastero tra Quattro e Cinquecento. In particolare viene realizzato il grande chiostro porticato sui quattro lati, con brevi colonne poggianti su muretto (il capitello della penultima colonna dell’ala orientale porta la data 1478).
Il portico settentrionale si addossava al fianco della chiesa altomedievale di San Michele (demolita nel 1867) e inglobava la solida torre, che fungeva forse da campanile, di cui ancora si percepisce la consistenza muraria e si conserva la rara decorazione con le tre croci a rilievo (Peroni 1972, pp. 67-71). Mentre il lato meridionale, che separa il cortile dal giardino, è dotato di loggiato anche al piano superiore, gli altri tre prospetti, al di sopra del portico, presentano i resti di una ricca decorazione dipinta: le incorniciature policrome delle piccole finestre sono intervallate da figure di sante (Barbara, Cecilia, Giustina, Orsola ecc.) a cui si unisce la stessa Teodote, raffigurata in vesti regali e nel ruolo di committente, cioè con in mano un modello d’architettura.
Nonostante l’esistenza della già citata chiesa di San Michele (dalla quale provengono le lastre a rilievo – note come transenne di Teodote – ora esposte nella sala longobarda dei Musei Civici), nel lato orientale del chiostro viene realizzata una nuova cappella, la cui presenza sembra determinare un’intensificazione dell’apparato decorativo.
Sulle volte delle tre campate antistanti sono dipinte tre raggiere fiammate monogrammate; gli affreschi della parete, con San Pietro e San Giovanni che risanano lo storpio, e quattro diversi momenti dell’episodio evangelico della Risurrezione di Lazzaro, sono stati staccati e riparati all’interno di un locale del piano terreno.

La cappella del Salvatore
Nel lato orientale del chiostro si colloca il piccolo oratorio rinascimentale, totalmente inglobato nel complesso e idealmente inscrivibile in un cubo.
A pianta centrale, rivela un vano cruciforme poliabsidato, vicino a quello milanese del sacello di San Satiro, costruzione altomedievale del cui rivestimento si era occupato Bramante negli anni tra il 1482 e il 1486 circa.
Coperto da cinque cupole secondo lo schema a quinconce, lo spazio si articola intorno a quattro colonne poggianti su un plinto cubico. Al di sotto, la cripta propone un vano di analoga planimetria, coperto con volte sostenute da quattro pilastri in muratura.
Benché non si conosca il nome dell’architetto, l’oratorio si colloca a pieno titolo nel contesto delle architetture a pianta centrale tra Quattro e Cinquecento, e si può ritenere che la particolare tipologia medio bizantina a cinque cupole sia influenzata dalla Congregazione di Santa Giustina di Padova da cui in questi anni dipende il monastero pavese (Visioli 1996, p. 722). Del resto non è casuale che all’interno della cappella l’effigie di Santa Giustina occupi una posizione preminente, nel presbiterio.
A sua volta l’intitolazione dell’oratorio al Salvatore (Ghisoni 1699, p. 132; G. Capsoni 1876, p. 293) trova una relazione con il monastero benedettino di San Salvatore di Pavia (riformato da San Maiolo), a cui quello di Teodote è aggregato dal 1473.
La decorazione ad affresco che riveste completamente l’interno è realizzata intorno al 1506-07 da Bernardino Lanzani da San Colombano e dalla sua bottega (Tanzi 1988, pp. 218-219). In particolare è riconoscibile la mano del Maestro delle Storie di Sant’Agnese nelle eleganti candelabre a grottesche e figure nere su fondo giallo (simili a quelle dipinte nella chiesa di San Teodoro), destinate quasi a simulare l’effetto di un decoro a niello su lamina d’oro.
La lettura dell’articolato sistema iconografico è aiutata dalle iscrizioni con la denominazione dei santi e – negli episodi di carattere narrativo – con le parole pronunciate dai singoli personaggi.
Accanto al tema fondamentale legato all’intitolazione a Cristo, cioè la Salvezza del mondo, sono illustrate le due vie privilegiate per conseguirla: la vocazione religiosa (in particolare benedettina) e la santità femminile.
Così, se nella parte superiore – nella gloria del cielo – troviamo angeli, profeti, apostoli, protomartiri e dottori della chiesa, il registro inferiore propone alle monache di Teodote i grandi abati benedettini (Benedetto, Placido, Mauro) e una nutrita schiera di figure femminili, modelli di vita e di santità, come Scolastica, iniziatrice del ramo femminile dell’Ordine, e poi Giustina di Padova, Caterina d’Alessandria, Caterina da Siena, Maddalena e Marta e quindi le prime martiri Lucia, Agata, Agnese e Cecilia.
Nella cupola, su un cielo notturno stellato, intorno a un globo di luce, si dispiegano in volo tre giri di angeli. Dall’esterno: nove angeli musicanti, nove angeli oranti e nove cherubini dalle piccole ali di colore rosso.
Nei pennacchi che sostengono la cupola, secondo una tradizione consoli-data, si dispongono i quattro Evangelisti, con i rispettivi simboli, che da tondi pensati come piccole finestre circolari si affacciano dal cielo verso l’interno.
Nelle quattro cupole minori i dottori della chiesa Ambrogio, Agostino, Gregorio Magno e Gerolamo sono assisi davanti al proprio scriptorium.
Nelle brevi volte a botte intorno alla cupola, dai tondi che sembrano aperture sull’azzurro del cielo, per gruppi di quattro, si affacciano verso il presbiterio i profeti (Mosè, Davide, Geremia, Isaia), poi i dodici apostoli così suddivisi: a sinistra Giacomo, Paolo, Pietro e Giovanni; a destra Taddeo, Simone, Bartolomeo e Matteo; al centro Filippo, Giacomo minore, Tommaso e Andrea.
Ad essi si aggiungono, nella volta a botte che copre l’ingresso: Ignazio (vescovo di Antiochia e martire a Roma), Clemente papa, Barnaba e Mattia.
Non è escluso che le monache di Teodote abbiano voluto l’oratorio come una straordinaria teca, preziosa come un reliquiario, per contenere il grande crocefisso d’argento che, secondo la loro tradizione, sarebbe appartenuto ad Abgaro, sovrano di Edessa contemporaneo di Cristo.
Noto come Crocefisso di Teodote, è opera del X secolo, in lamina d’argento lavorata a sbalzo, di fattura estremamente raffinata, voluta – come risulta dall’iscrizione – dalla badessa Raingarda, che è rappresentata, in basso, in piccolo, accanto alla figura dolente della Maddalena.
Il crocefisso, che era stato nascosto nel pozzo della cripta dell’oratorio di San Salvatore di Teodote, si conserva ora nella basilica di San Michele Maggiore (transetto sinistro).
È perduto il dipinto corrispondente all’altare maggiore, mentre si conservano quelli degli altari laterali che, con una scelta inconsueta, sono realizzati a monocromo.
Il riquadro vuoto dell’abside principale è affiancato da Santa Giustina (con l’iscrizione «Diva Iustina») e Santa Caterina d’Alessandria, entrambe incoronate; nel catino una ingenua Ascensione è suggerita dai piedi che si sollevano dal suolo (e vi lasciano l’impronta) e dal bordo della tunica di Cristo che sale al cielo seguito dallo sguardo dei presenti.
Nella lunetta soprastante, Cristo e la Vergine affiancano la finestrella circolare. Le parole, di incerta decifrazione, «Venite cum fiducia ad trhonum gr[atia]e et videte sirinem [?] hominis conditorem et feminam omnium conditoris genitricem» invitano ad accostarsi con fiducia al trono della grazia, per vedere il Creatore dell’uomo e la Donna che ha generato il Creatore di tutte le cose.
Nell’abside sinistra il monocromo con Maria e Giovanni ai piedi della croce è affiancato da Maddalena (con il vaso del balsamo profumato) e Marta (con l’aspersorio e il drago); nel catino la Risurrezione, sul cui sfondo sono rappresentati in piccolo, a sinistra, l’episodio delle pie donne che si recano al sepolcro e lo trovano vuoto, e a destra, il Noli me tangere. Nella lunetta soprastante, il tondo con la Vergine coronata di stelle è collocato tra i genitori Anna e Gioacchino.
Nell’abside destra il monocromo del Cristo deriso è affiancato da Santa Lucia e Sant’Agata; nel catino con la Trasfigurazione Cristo risplende di luce tra Mosè ed Elia. Nella lunetta soprastante Giovanni Battista è tra i genitori Elisabetta e Zaccaria.
Nella quarta lunetta, dalla parte dell’ingresso, il tondo senza figurazioni lascia spazio all’ipotesi che si trattasse di una presa d’aria. Isacco giovinetto è rappresentato tra Abramo (nel nastro si legge la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo) e Giacobbe (con la scala del sogno).
Nelle nicchie che costituiscono le otto absidi minori, si dispone una serie di santi a figura intera.
In posizione privilegiata, a fianco dell’altare maggiore, quattro grandi monaci, a sinistra Santa Scolastica e il fratello San Benedetto (circa 480-547), fondatore dell’Ordine; alla destra un altro benedettino, Placido (il giovinetto salvato dalle acque da San Mauro), e la domenicana Caterina da Siena (1347-1380) con la croce in mano e la corona di spine.
Nelle absidi degli angoli vicini all’ingresso, sono rappresentate solo figure femminili, tutte con la palma del martirio e un libro in mano: a sinistra (nord-ovest) Santa Cecilia con la corona di fiori e una Santa coronata che regge un vessillo con la croce (Sant’Orsola). A destra (sud-ovest) Agnese con l’agnello posato sul libro, mentre la Santa martire che le sta a fianco non è identificabile (è perduta l’iscrizione col nome).
Nei catini delle absidi minori: in corrispondenza di San Benedetto è collocato il suo discepolo San Mauro, rappresentato come abate; in corrispondenza di Santa Scolastica è ricordato un santo legato alla tradizione locale, Colombano (543-615), il monaco irlandese che, all’inizio del VII secolo, si stabilisce a Bobbio, in Oltrepò.
A destra, in corrispondenza di Santa Caterina, troviamo Santa Clara di Montefalco (1268-1308) che indica la croce e il cuore con i fori dei chiodi; in corrispondenza di San Placido troviamo San Maiolo abate di Cluny che, nella seconda metà del X secolo, su richiesta dell’imperatrice Adelaide, «diede avvio alla rifondazione presso Pavia del monastero del SS. Salvatore» al quale, nel 1473, verrà aggregato il monastero di Teodote.
Nei catini delle absidi vicine all’ingresso troviamo quattro santi martiri, tutti con la spada. A sinistra, in relazione con Santa Cecilia, è posto il suo sposo Valeriano che, martirizzato con lei, è rappresentato a sua volta con la corona di fiori. E quindi Sant’Etmiro, poi, a destra, i fratelli Nereo e Archileo (ma Achilleo) custodi della verginità di Domitilla, nipote di Domiziano (I secolo).
Sulle campiture di parete che raccordano i sostegni con la copertura si snoda una serie di episodi evangelici raccontati con grande poesia, talvolta accompagnati da nastri su cui si leggono le frasi pronunciate dai vari personaggi.
Nella Natività la presenza dell’asino e del bue, non documentata nei Vangeli, deriva dagli Apocrifi (Pseudo Matteo) dove è posta in relazione con le parole di Isaia (1, 3): «il bue ha riconosciuto il suo padrone e l’asino la greppia del suo signore»; sullo sfondo è raccontato l’annuncio ai pastori (Luca 2, 8-10).
Nell’Adorazione dei Magi il bacio del piede non è soltanto il gesto affettuoso nei confronti di un neonato, ma l’omaggio dovuto a un sovrano e quindi il segno di riconoscimento della regalità.
Il Battesimo di Cristo si avvale del dialogo riportato da Matteo (3, 1415), che esprime l’imbarazzo e la sorpresa di Giovanni «Ego a te debeo bap[tizari] et tu ve[nis] ad me» e la consapevolezza di Cristo «sic [e]n[im] decet nos implere o[mn]em iu[stitiam]».
Nella Tentazione nel deserto il demonio appare in forme umane, ma è reso riconoscibile dalle corna e, soprattutto, dalle zampe di pollo.
Nella Tempesta sedata il grido d’aiuto degli apostoli davanti al pericolo di naufragio «Domine salva nos. P[er]imus», trova in risposta il rimprovero e la rassicurazione di Cristo «Quid timidi estis? Modice fidei» (Marco 4, 37-40). Il discorso della montagna (fig. 27) è accompagnato dalle parole famose: «Beati pauperes spiritu [...]» (Matteo 5, 1-3).
Gli apostoli sono addormentati durante la Preghiera nell’orto degli ulivi, ma Pietro ha percezione del pericolo imminente e stringe la spada che, di lì a poco, userà per difendere Cristo nel momento della cattura (Giovanni 18, 10-11).
Nella Deposizione il dolore della Vergine è rappresentato visivamente dalla spada che la trafigge, a far memoria della profezia di Simeone «a te una spada trapasserà l’anima» (Luca 2, 35).
Il repertorio dei ritratti dei santi si completa nei quindici piccoli tondi che circondano l’apertura circolare sopra l’ingresso, a partire, in alto al centro, da uno dei Santi Innocenti, per proseguire, verso sinistra con Sant’Abele (raffigurato senza aureola) e poi alcuni vescovi pavesi come Siro, evangelizzatore e patrono, poi Teodoro, il difensore, con il consueto modello della città, e Ulderico, seguiti da due fondatori di Ordini come Domenico e Francesco, per arrivare a Sant’Eufemia. Sulla destra, dall’alto, i Santi Gervasio e Protasio, San Silvestro papa e San Claudio, Sant’Antonio abate (che è considerato uno dei padri fondatori del monachesimo) e San Bernardo (con il diavolino), per finire con Santa Tecla.
A fianco dell’ingresso (a sinistra in basso) il buon Ladrone, a figura intera, portando la sua croce entra nel Paradiso; accanto, in due riquadri sovrapposti, si dispongono un santo vescovo non identificato, e Santa Paola, la vedova che, sul finire del IV secolo, aveva lasciato Roma per la Terra Santa dove aveva fondato un convento.
Nella fascia soprastante, Sant’Eustachio cacciatore è rappresentato con i cani e con il cervo tra le cui corna appare la croce. Accanto a lui San Donnino con la spada del suo martirio.
Alla destra dell’ingresso, nei riquadri accanto all’apertura che immette alla cripta, simmetrici a quelli di fronte, un vescovo (Sant’Onorato?) e una suora rimasta ormai senza nome.
Nella fascia soprastante San Maurizio è affiancato da San Giorgio che, sconfiggendo il drago, salva la principessa.
La zoccolatura, realizzata a monocromo è costituita a sua volta da una serie di tondi con figure di santi. Da sinistra, procedendo in senso orario incontriamo San Nicola da Tolentino, Santa Marina, e quindi, in abiti monastici, con corona e pastorale a indicare il ruolo di badessa, Sant’Epifania. Quest’ultima, figlia di un sovrano longobardo, era sepolta e venerata in Santa Maria delle Cacce, un altro importante monastero pavese dell’Ordine Benedettino.
Seguono San Giovanni Elemosiniere, Sant’Egidio e Santa Franca, la Beata Caterina da Bologna e Sant’Antonio di Padova.

Questo testo è tratto dall'opuscolo "Le chiese di Pavia - San Salvatore in Santa Maria Teodote" (a cura di Luisa Erba), ove sono contenute maggiori e più dettagliate informazioni.
Il libretto si può acquistare presso il Seminario Vescovile e presso l'Ufficio Pastorale della Curia (Pavia - p.zza Duomo, 11).
Seminario Vescovile
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Orario di apertura (previo appuntamento): 9-12; 15-18 (chiuso la domenica)