La più antica intitolazione della chiesa al Santo Sepolcro rimanda a quel preciso luogo di Gerusalemme che evoca e riassume l’intera vicenda della Redenzione.
Benché sia andata perduta la copia del Santo Sepolcro a grandezza naturale che qui si conservava, ancora oggi l’urna con il Cristo deposto è oggetto di una particolare venerazione e, ogni anno, il Lunedì di Pasqua, in virtù di un antico privilegio, è possibile avere in dono l’indulgenza plenaria.
La storia
Una primitiva chiesa dedicata al Santo Sepolcro era ubicata in località «costa Fragonaria» nei pressi del piccolo centro di Santa Sofia, ad ovest della città. Il Funus monasticum, un antico rituale appartenuto al monastero di San Lanfranco, identificato con il codice 512 della Trivulziana (Lanzani), riporta come data di fondazione il 1090. Solo più tardi però si riscontra la presenza vallombrosana ufficialmente strutturata in un cenobio isolato, ma più prossimo alla città, immerso nei boschi della Valvernasca, entro il circuito della cosiddetta campanea papiensis. Nel 1145 i vallombrosani risultano ormai stabiliti nella nuova e definitiva collocazione. La chiesa fu eretta vicino alla via di collegamento con Pavia, percorsa da viandanti e pellegrini che potevano trovare ristoro presso l’hospitium del monastero. La scelta insediativa risponde alla tradizione e allo spirito vallombrosano, che spesso predilesse luoghi isolati e nello stesso tempo nei pressi delle periferie di importanti centri, per favorire da un lato la meditazione e dall’altro le esigenze della predicazione. Poche notizie sono rimaste dei primi anni di vita del monastero. Il periodo forse più significativo coincide con gli anni di episcopato di Lanfranco Beccari che fu spesso ospite di questo monastero in cui decise di trascorrere l’ultimo periodo della sua vita e dove fu sepolto in fama di santità. Al suo nome si lega la nuova dedicazione della chiesa. L’anno della sua morte (1198) e la datazione degli affreschi a lui dedicati (XIII sec.)
vengono considerati termini di riferimento cronologico per la ricostruzione della chiesa. Nel Funus monasticum vengono indicate tre date significative: il 1236 per la consacrazione della chiesa da parte del vescovo Rodobaldo Cipolla, il 1237 per l’erezione del campanile e il 1257 per la costruzione della facciata. Risale al 1476 la ricostruzione del chiostro piccolo ad opera dello scultore e architetto Giovanni Antonio Amadeo, su commissione dell’ultimo abate Luca Zanachi, la cui tragica fine (1480) è avvolta nel mistero. Tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo numerose istituzioni monastiche pavesi dovettero accettare il regime della commenda, ma se per altre tale istituzione portò ad un impoverimento, nel caso di San Lanfranco vi fu una ripresa della vita del monastero. Il marchese Pietro Pallavicini de’ Scipione, nuovo commendatario, allontanò i monaci corrotti e promosse la ristrutturazione dell’intero convento ad uso dei dodici confratelli rimasti, con la costruzione di un secondo cortile a est del primo (ante 1497).
Finanziò l’arca di San Lanfranco e la ricostruzione del presbiterio in forme rinascimentali (compiuto intorno al 1509); impresa motivata probabilmente dall’esigenza di dare adeguata collocazione al monumento. Nel 1525 durante il conflitto tra Francesco I di Francia e l’imperatore Carlo V, il monastero, scelto da Francesco I come propria sede, fu teatro di scontri e dovette subire i danni di un incendio. Nel 1576 il monastero è oggetto della visita apostolica di Angelo Peruzzi, su incarico del vescovo Ippolito De’ Rossi; commendatario dell’abbazia era allora il cardinale Albani. Nel verbale di tale visita la chiesa risulta in buone condizioni. Nel corso del Seicento sono testimoniati diversi lavori di manutenzione. Emblematica risulta la demolizione dell’ala meridionale del complesso, resasi necessaria per gravi problemi di infiltrazione delle acque del Ticino. Ancora precarie risultano le condizioni del monastero nel secolo successivo, tanto che si aprì una lunga lite tra i Vallombrosani e l’allora commendatario cardinale Zondadari per la definizione dei rispettivi oneri in materia di ristrutturazione. In seguito a tale vertenza vennero interpellati dalle diverse parti alcuni ingegneri per verificare lo stato delle strutture della chiesa e fornire un preventivo delle spese necessarie. Risultano interessanti le relazioni presentate nel giugno e nell’ottobre del 1745 rispettivamente da Giovanni Antonio Veneroni e da Antonio Ghisalberti, con la proposta di sopraelevare la copertura della navata e inserire un’armatura lignea tra le volte e il nuovo tetto. Altri più drastici interventi come l’eliminazione della prima campata e l’arretramento della facciata per fortuna non vennero realizzati. Nel 1782 il procuratore e subeconomo Luigi Poggi fece demolire tre lati del chiostro piccolo. Poco dopo venne soppresso il monastero (i cui beni passarono alla Confraternita dell’Ospedale San Matteo). Nel settembre 1783 fu istituita la parrocchia.
Il monastero
Costituisce un caso esemplare in quanto i suoi chiostri rappresentano due tappe significative nello sviluppo del chiostro rinascimentale lombardo, dalla trasformazione del più antico romanico in nuove forme quattrocentesche, al pieno affermarsi della tradizione classica bramantesca nel secondo (Visioli).
Il chiostro piccolo venne riedificato per volere di Luca Zanachi, il cui nome compare, insieme alla data 1467, nelle mensole in cotto che reggono la ricaduta delle volte. L’impianto ricalca la volumetria del chiostro medievale ad un solo ordine di cui conserva le coppie di colonnine in marmo veronese. Rimane solo il lato che si addossa al fianco sud della chiesa. Le cinque arcate presentano una decorazione in cotto di alta qualità, che è stata avvicinata a quella dei chiostri della Certosa di Pavia.
Il chiostro grande
Il commendatario marchese Pietro Pallavicini affida all’Amadeo la progettazione del secondo chiostro in cui partitura architettonica e apparato decorativo esprimono ritmi classici e bramanteschi. Il chiostro si articola su tre lati porticati, retti da colonne in granito poggianti su un muretto e da sostegni angolari a sezione ovale. La decorazione in cotto è riservata alle profilature degli archi, della fascia para-petto e dei tondi inseriti tra gli archi. Il cotto perde il ruolo di protagonista a vantaggio di ampie stesure di intonaco talvolta affrescate.
La chiesa
La facciata, a capanna (1257), è tripartita da sottili paraste a sezione ottagona che dalla
riquadratura del por-tale salgono fino alla cornice terminale ad archetti pensili intrecciati, a cui si raccordano con peducci lapidei. Al centro il portale modanato, inserito in una riquadratura in pietra, è giocato sulla bicromia data dai conci lapidei accostati al cotto. Il dipinto della lunetta allude alla più antica intitolazione della chiesa e raffigura, seduto accanto al sepolcro vuoto, l’angelo che annuncia le Resurrezione di Cristo. Nella parte mediana si aprono tre aperture circolari; a coronamento la loggetta cieca, tipica del romanico pavese. Il paramento murario, di mattoni regolari con sottili
stesure di malta, è ravvivato cromaticamente dalla presenza di bacini ceramici, alcuni di provenienza orientale, altri della prima produzione locale di maiolica, da collocarsi intorno alla metà del Duecento. I fianchi sono ritmati da poderosi contrafforti che si interrompono al livello dei resti del fregio che corrisponde all’impostazione del tetto antico. Tra di essi si aprono monofore dalla lieve strombatura modanata. Mentre alla parete meridionale si addossa il lato superstite del chiostro piccolo, lungo il fianco settentrionale un muro a scarpa di epoca tarda è usato per risolvere problemi strutturali dei quali abbiamo notizia a partire dalla documentazione settecentesca. Il tiburio ottagono presenta la caratteristica loggetta cieca. La copertura, secondo una tecnica tipica della tradizione romanica, comporta l’aderenza delle tegole all’estradosso della cupola, senza interposizione di capriate lignee. La modificazione di una simile copertura nella navata con l’inserimento di una armatura lignea, ha determinato l’innalzamento delle pareti e il conseguente parziale occultamento del tiburio. Al transetto settentrionale si addossa il campanile costruito nel 1237. La struttura, inquadrata da lesene angolari che ne accentuano
lo slancio, è scandita in cinque ordini da file di archetti pensili, divise in due da una sottile parasta centrale che sale fino alla trifora della cella campanaria. Gli archetti erano valorizzati da una fascia di intonaco, presente anche nella parte absidale a contorno delle aperture. Le valenze cromatiche sono potenziate dalla presenza di bacini ceramici, in analogia con quanto avviene in facciata. L’articolazione strutturale e decorativa inserisce il campanile nella tarda produzione romanica lombarda, che in ambito locale si afferma a partire da quelli più antichi delle chiese dei Santi Gervasio e Protasio, di San Michele e di San Giovanni Domnarum.
Le devozioni
Il significato religioso della chiesa va letto alla luce della tradizione vallombrosana che ne è all’origine, e in stretta relazione con la devozione popolare locale. L’originaria dedicazione al Santo Sepolcro ci riporta al clima di fervore sorto intorno alle crociate, ma si inserisce anche nella tradizione vallombrosana, nella quale era frequente l’uso di nomi o toponimi relativi alla Terra Santa per la dedicazione di nuovi cenobi. Tale uso si coniuga inoltre con l’iniziativa, appoggiata a Pavia dal vescovo Rodobaldo Cipolla nel XIII secolo, che vide il circuito della città costellarsi di fondazioni a carattere monastico o assistenziale, tutte con dedicazioni in riferimento ai Luoghi Santi. Opicino de’ Canistris
testimonia che l’intera cittadinanza pavese era solita, nel giorno del venerdì Santo recarsi in pellegrinaggio alla chiesa del Santo Sepolcro nella quale si conservava una riproduzione del sepolcro di Cristo, simile all’originale anche nelle dimensioni. Una bolla pontificia del XVII secolo concede l’indulgenza plenaria a chi frequenta la basilica di San Lanfranco, e in particolare l’altare del Santo Sepolcro, il lunedì di Pasqua. Alla presenza vallombrosana è collegata la devozione per San Giovanni Gualberto. Già monaco presso il monastero benedettino di San Miniato, verso il 1036 si ritirò a Vallombrosa, sull’Appennino fiorentino, dove fondò la nuova Congregazione vallombrosana legata alla regola benedettina. In essa si coniugano due stili di vita monastica, eremitica e cenobitica, ed esperienze di predicazione nella lotta ad ogni forma di eresia.
Questo testo è tratto dall'opuscolo "Le chiese di Pavia - San Lanfranco" (a cura di Luisa Erba), ove sono contenute maggiori e più dettagliate informazioni.
Il libretto si può acquistare presso la chiesa di San Lanfranco e presso l'Ufficio Pastorale della Curia (Pavia - p.zza Duomo, 11).
San Lanfranco, parrocchia
Via San Lanfranco, 4 - Pavia
tel. 0382.528356
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