Le chiese di Pavia


Santa Maria in Betlem

Sono lieto di presentare questa piccola guida, che diffonde la conoscenza e tiene viva la memoria delle origini, della storia e delle tradizioni di questa chiesa e della sua comunità, nella quale ho svolto una parte importante del mio ministero sacerdotale.
Il Borgo ha sempre avuto una propria identità, legata ma distinta da quella della città di Pavia, che si esprime attraverso un dialetto peculiare, parlato ancora dai più anziani, e che rimanda a un tempo in cui il Borgo rappresentava lo slancio ideale della città verso Oriente: Venezia, e ancora più lontano, la Terra Santa (come testimoniano il titolo della chiesa e la bella leggenda della Madonna della Stella). Era (ed è tuttora) un crocevia delle importanti relazioni con l’Europa settentrionale, attraverso la Via Francigena.
Lo splendore della chiesa, ritrovato grazie anche ai recentissimi restauri, testimonia la fede vivace della nostra comunità che riconosce in questo luogo il suo cuore, ed è auspicio per un cammino che prosegue nel tempo.


La storia delle origini e il rapporto col fiume
Sulla sponda sinistra del fiume Ticino, a sette chilometri dalla confluenza nel Po, sorge Pavia, su un terrazzo alluvionale dolcemente degradante verso sud, sud-est. Grazie alla posizione geografica e morfologica Ticinum/ Pavia è stata per secoli centro di grande importanza e la sua storia fortemente condizionata.
In età romana qui si incrociavano le strade di Milano, Lodi, Piacenza, Torino, Vercelli e tutte s’incernieravano sul cardo della città, l'asse viario nord-sud (Strada Nuova), correlato all'antico ponte romano in pietra i cui resti sono ancora visibili nel letto del fiume (poco a monte dell'attuale ponte coperto, ricostruito nel secondo dopo-guerra).
In epoca longobarda e franca il suo ruolo di città capitale fu connesso col potenziamento delle vie d'acqua, e divenne porto importantissimo sulla via fluviale lungo il Ticino e il Po per il mare Adriatico e punto d'innesto tra le strade citate e quella da e per Genova.
Città ricca di traffici, fu punto di transito certamente di commercianti ma anche di pellegrini, che già dal IV secolo, grazie al clima di pace garantito dalla struttura imperiale romana entro i suoi confini, avevano sviluppato all’interno della cristianità l’usanza di andare a Roma e in Terra Santa, inserendosi nella tradizione già pagana dei pellegrinaggi votivi.

Per i frequenti pellegrinaggi che, trasfigurando totalmente gli aspetti convenzionali e stereotipati della cultura pagana, si ponevano come grandiosa e commovente evocazione dei luoghi che avevano visto Cristo e il suo vicario a Roma, nel 333 fu redatta una specie di guida al pellegrinaggio, l’Itinerarium a Burdigala Jerusalem usque (ovvero Burdigalien), nel quale Ticinum figurava come tappa importante per chi da Bordeaux si incamminava per Gerusalemme.
Bisogna arrivare alla fine del secolo XI perché il pellegrinaggio diventi un fenomeno su vasta scala, una dimensione del vivere quotidiano, comune a tutto il mondo occidentale. Poco per volta Pavia si arricchì di strutture di culto e di ospitalità che, in un modo o nell’altro, erano in relazione con il pellegrinaggio. L’organizzazione ricettizia era funzionale anche al ruolo di città capitale di regno: vi sostavano re e imperatori con la loro corte e vi transitavano uomini politici coi loro cortei; fui spesso sede di concili ecclesiastici e gli antichi documenti ci parlano di un tessuto urbano fitto di case, corti, ospitali appartenenti a enti ecclesiastici e a chiese anche lontane, testimonianza evidente dell’intensa vita di rappresentanze politico religiose e di traffici internazionali.
Anche oggi non è raro ritrovare in Pavia tracce di questa realtà, ma non sempre la lettura di tali testimonianze è immediata.
Un esempio significativo è dato dalla chiesa romanica di Santa Maria in Betlem: se al passante frettoloso questa intitolazione può sembrare singolare, alla luce di quanto detto sopra già riconosciamo il ricordo di uno stretto legame, oggi non più sperimentabile, con la Terra Santa, legame tanto più vivo e concreto quando in archivio scopriamo che in origine la chiesa era affiancata da un omonimo ospitale per il ricovero e la cura dei pellegrini, di cui non resta più nulla.
Risale infatti al 1130 il documento più antico che testimonia l’esistenza di una chiesa e un ospitale dedicati alla Madonna di Betlem, posti «ultra Ticinum», «foris et prope urbem», ovvero al di là del Ticino, fuori ma vicino alla città, come ripetono - con preciso riferimento a una ubicazione che doveva essere particolarmente qualificante una serie di donazioni, investiture, permute, dei secoli XII e XIII, riguardanti proprio l’ospitale, conservate nell’Archivio di Stato di Milano.
«Pratum Ticini» è la denominazione che ricorre più frequentemente e dunque nel XII secolo la zona al di là del ponte e del fiume doveva essere a prato, a orto, o comunque agricola, ma non doveva ancora esistere il Borgo. Questo peraltro sarà poi scarsamente edificato perché, trovandosi in area golenale, è soggetto alle periodiche inondazioni del Ticino.

L’ospitale e il Borgo di Sant’Antonio

Le fonti scritte non forniscono notizie dell’aspetto architettonico dell’ospitale per pellegrini e viandanti e nessun resto murario è sopravvissuto, cosa abbastanza normale, dato che tali strutture, solitamente povere e precarie, erano sottoposte sempre a un processo di adattamento alla funzione fino a scomparire col cessare di questa.
Le carte ci informano almeno sull’attività ricettizia, resa possibile tra XII e XIV secolo dalla devozione di fedeli che all’ospitale lasciavano in parte o anche tutti i loro beni, in usufrutto o in eredità, dedicandosi spesso essi stessi all’esercizio di ospitalità per pellegrini e ammalati, vivendo come conversi secondo una regola quasi monastica.
Nel XIII secolo per qualche tempo la chiesa di Santa Maria in Betlem, con l’ospitale, fu sottratta alla diretta giurisdizione del vescovo di Pavia e sotto-posta al vescovo di Betlemme, al quale, in seguito alla perdita della sua diocesi caduta nel 1071 nelle mani dei Turchi, erano state assegnate diverse chiese in varie diocesi, poste per lo più lungo le vie dei pellegrinaggi.
Fino alla fine del secolo XIV ospitale e chiesa furono dunque legati da una strettissima relazione, che doveva esprimersi in una contiguità fisica oltre che nella identificazione con lo stesso nome di Betlem, che si estese anche a definire il borgo cresciuto intorno.
Le cose cambiarono dopo il 1383, quando l’ospitale fu assegnato ai Padri Antoniani di Vienne (privati del loro convento che, posto a nord della città vicino alla attuale Porta Milano, era stato confiscato e demolito per fare spazio alla costruzione del Castello Visconteo).
Gli Antoniani dunque ricostruirono l’ospitale e a sud edificarono un proprio chiostro e una propria chiesa, di cui oggi rimane il ricordo nel portico su strada, a sud della facciata di Santa Maria in Betlem. Da quel momento la struttura ricettizia, e quindi l’intero Borgo, cominciarono ad essere detti «di Sant’Antonio», qualificati dalla presenza dell’ordine ospedaliero degli Antoniani più che dal passaggio, ormai sempre più raro, di pellegrini diretti alla Terra Santa.

La chiesa
Pur dovendo adattarsi ai mutamenti del rituale liturgico e del costume religioso, l’edificio di culto ha mantenuto salva la propria ragion d’essere col persistere della cura d’anime degli abitanti del sobborgo che abbiamo visto crescere attorno ad essa, in relazione al fiume e alla strada per Genova.
L’edificio porta i segni di trasformazioni, manomissioni e restauri, ma dichiara ancora le forme romaniche della seconda metà del XII secolo. Rivela sotto il pavimento il profilo di una più piccola chiesa precedente, un’aula rettangolare con abside emiciclica a est, coincidente con la chiesa attuale in una porzione della facciata e del lato sud, forse della fine del secolo XI, ma presto rifatta per il bisogno di un edificio più grande.
L’impianto a tre navate e tre absidi è articolato dal transetto non aggettante in pianta. La navata maggiore è composta di tre campate quasi quadrate a cui corrispondono in quelle minori tre campate rettangolari.
Il transetto è riconoscibile solo in alzato e l’incrocio sembra piuttosto una quarta campata della nave maggiore. La diversificazione è data unicamente dalle coperture: volte a crociera nel corpo della chiesa, volte a botte nei bracci del transetto e cupola ottagona sull’incrocio, mascherata esternamente dal tradizionale tiburio con la relativa loggetta cieca.
L’abside maggiore è preceduta da un breve spazio voltato a botte; le due absidi minori si innestano direttamente nei bracci del transetto. La chiesa è priva di cripta, forse anche perché costruita fuori dalle mura urbane e in un’area soggetta alle piene.
La facciata a capanna si eleva di alcuni metri al di sopra del tetto della navata maggiore e si pone pertanto come parete autonoma rispetto al corpo dell’edificio.
Sono molti gli elementi comuni alle altre chiese romaniche pavesi, come i quattro robusti contrafforti che riportano idealmente sul piano frontale la spartizione dello spazio interno in tre navate. Attenuano la loro autonomia sottili semicolonne addossate lungo la linea d’innesto dei contrafforti con la cortina muraria e una fascia di arenaria che, a poco più di un metro da terra, percorre sia la facciata sia i contrafforti stessi.
Nella parte centrale della facciata, una risega, posta al di sopra del portale, divide il campo in senso orizzontale e due lesene, su essa poggianti, tripartiscono la zona superiore.
Il motivo ornamentale della galleria cieca, a salienti, che corre parallela agli spioventi del tetto, è elaborato in tono ornamentale. La base a scalini segue la linea obliqua del tetto, mentre gli archetti sembrano allinearsi con un sistema più complesso, su linee diverse a seconda dello scomparto in cui vengono a trovarsi. Si crea così l’impressione che ogni spazio compreso tra due partiture sia dotato di una bifora o di una trifora a basi graduate.
La facciata è conclusa da una spessa cornice a sega multipla poggiante su beccatelli, che segue gli spioventi del tetto, mentre nei contrafforti l’identica cornice è posta orizzontalmente: evidenzia così la struttura portante, in armonico equilibrio con la superficie, ma accuratamente distinta da essa.
Tra cornice e galleria è inserito il tipico coronamento ad archetti intrecciati.
All’alternanza cromatica di cotto e arenaria e alla preziosità dei mattoni martellinati, si aggiungeva la ricchezza dei bacini ceramici decorati, di provenienza orientale, inseriti in abbondanza nella facciata di questa come della maggior parte delle chiese romaniche pavesi.
L’unico portale centrale, a tre ordini di modanature (due a spigolo vivo e uno arrotondato) è decorato sulle ghiere, sui piedritti e sull’architrave, con sculture in arenaria che ricordano da vicino motivi che si ritrovano anche nella chiesa di San Michele, similmente alle lastre di varie dimensioni, scolpite a motivi zoomorfi, inserite nei contrafforti, circa all’altezza dei capitelli del portale.
Ciascuna delle ante lignee della porta presenta al centro, in rilievo, l’emblema della stella.
Tangente esternamente all’abside minore settentrionale (alla sinistra di chi entra) vediamo il campanile, che fu innalzato dopo il 1576 al di sopra di un’aula quadrata, coperta a volta, databile tra il XII e il XIII secolo.

L’interno
Nel 1739 la chiesa aveva subito una radicale trasformazione: ampliate e ridisegnate le finestre con profilo mistilineo, regolarizzati i sostegni cruciformi ponendo spigoli vivi in luogo delle curve delle semicolonne romaniche, aggiunti capitelli in stucco a mascherare quelli di arenaria con mostri medievali, tutte le forme non più rispondenti al gusto moderno erano state nascoste sotto un intonaco dipinto a finto marmo.
Tra Otto e Novecento i restauratori Savoldi e Aschieri rimossero l’intervento settecentesco. Le murature scorticate fino a mettere a nudo il mattone, i capitelli scalpellati, il pavimento rinnovato non sono pertanto il segno di una originaria povertà decorativa, che del resto le chiese romaniche, solitamente rivestite di intonaci dipinti, non conoscevano affatto. L’aspetto spoglio attuale è invece specchio dell’immagine che la cultura romantica ottocentesca si era erroneamente fatta delle architetture medievali e in questo senso va intesa, come una sorta di reinvenzione in chiave ideologica.
Così il monumento, avendo perso coi “restauri” lo spessore delle sue naturali stratificazioni storiche, testimoni di secoli di devozione e attenzioni decorative, può apparire ora un poco freddo o irrigidito.
Rimane tuttavia leggibile la concezione di uno spazio unitario, che fa inserire Santa Maria in Betlem tra le chiese lombarde che presentano «un alzato che si avvicina alla sala» (Romanini, 1964). La soluzione anticipa quel gotico lombardo che soprattutto nelle chiese cistercensi ricerca nella modulazione geometrica dello spazio e della parete un’alternativa al gotico d’oltralpe.



Questo testo è tratto dall'opuscolo "Le chiese di Pavia - Santa Maria in Betlem" (a cura di Luisa Erba), ove sono contenute maggiori e più dettagliate informazioni.
Il libretto si può acquistare presso la chiesa di Santa Maria in Betlem e presso l'Ufficio Pastorale della Curia (Pavia - p.zza Duomo, 11).
Santa Maria in Betlem, parrocchia
Via dei Mille - Pavia
tel. 0382.25193