OMELIA DI MONS. VESCOVO ALLA SOLENNITA' DI SANT'AGOSTINO

Ricordiamo la straordinaria figura di sant’Agostino avendo il privilegio di celebrare di fronte alla reliquia del suo corpo, quasi potendolo chiamare a testimone della nostra riflessione e a chiedergli, con maggior fiducia, di intercedere per noi presso il Signore. Quale grazia per questo anno del nostro incontro con Lui?

La sua vicenda umana è così complessa e tormentata fino alla sua maturità umana; la sua vita di giovane è segnata dall’insaziabile ricerca di affermazione di sé e di ricerca di gloria mondana. Egli trova finalmente pace nella conversione a Cristo. Come avverte il Vangelo della festa odierna, Gesù è infatti colui attraverso il quale, come avviene per il passaggio da una porta, si giunge ad una nuova condizione, in una dimensione finalmente illuminata della vita. Così è avvenuto per il nostro Santo. «Chi viene a me non avrà fame, chi crede in me non avrà sete, mai!» (Giovanni 6,35) ; «Io sono il pane della vita» (Giovanni 6,48).

Quali passi ha compiuto Agostino per passare attraverso la porta che è Cristo? Ricordate come egli prese l’abitudine di ascoltare le prediche del vescovo Ambrogio. Egli allora comprese che tutto l’Antico Testamento, che egli considerava oscuro e deludente per lo stile povero con cui era scritto, è un cammino verso Cristo, parla di Lui perché è l’Atteso; anzi proprio la Scrittura consente di incontrare segni di quella novità e di quella speranza che il Signore Gesù giungerà a realizzare in pienezza. Comprese così che tutta la storia parla di Cristo, e che il Signore è Colui che pone segni di novità nelle vicende umane, proprio attraverso il suo Spirito presente e operante nei credenti.

Dal momento della sua conversione, Agostino si fa ascoltatore attento della Scrittura e progressivamente si fa obbediente alla Parola del Signore fino a mettere in discussione i suoi sogni, e poi le sue pur legittime attese di una vita monastica, per giungere al dono di sé nel servizio di Vescovo tra la sua gente.

In mezzo al suo popolo di Ippona egli opera, parla e scrive negli anni, sempre alla ricerca della risposta da offrire, come credente, a coloro che stando con lui. In particolare sul finire della sua vita, egli vede trasformarsi il mondo ordinato in cui era nato; la società romana, ben organizzata ma corrotta e incentrata sul profitto, è poco alla volta indebolita dall’ingresso di popoli che vengono dall’Europa del nord, e dall’Europa orientale. Egli si interroga. Ma qual è il disegno di Dio? Dove ci conduce la storia di cui siamo parte?

Al termine della sua vita, intraprende la scrittura dell’opera monumentale intitolata “La città di Dio”. In questa riflessione ampia e documentata, egli si domanda come possono vivere insieme, nella stessa città, l’ordine e il disordine, la violenza e la mitezza, la guerra e la pace. E ci trasmette una verità fondamentale: le due città vivono insieme; il credente deve fare la sua scelta ogni giorno, di fronte ad ogni avvenimento e decidere di convertirsi al Vangelo e di vivere nella speranza che si riveli finalmente, appieno, il disegno misericordioso di Dio.

Nella quotidianità occorre vigilare, prendere la propria posizione, fare le scelte in conformità alle parole del Vangelo. Agostino ci è maestro anche in questo. Vive infatti momenti della sua vita che ricordano proprio i nostri tempi. Vi sono dissidi tra il rappresentante dell’imperatore in Africa, il conte Bonifacio, e la corte imperiale. Di questo approfittano le tribù dei Mauri per compiere scorrerie nelle terre colonizzate dai romani, per uccidere, rubare, rendere insicura la vita. Giunge in Africa il conte Dario, inviato dall’Imperatore. Che consigli offre Agostino al mediatore? «Titolo più grande di gloria è proprio quello di uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada, e procurare o mantenere la pace con la pace e non già con a guerra. Certo, anche quelli che combattono, se sono buoni, cercano senza dubbio la pace, ma a costo di spargere il sangue. Tu, al contrario, sei stato inviato proprio per impedire che si cerchi di spargere il sangue di alcuno» (Ep. 229,2).

Gli avvenimenti evolvono purtroppo in termini drammatici e Agostino, anche se anziano e stanco, rimane in città, continuando la meditazione sui misteriosi disegni della provvidenza. Parlava di un mondo che invecchia e mostra i segni della debolezza, come un corpo umano. Ma se il mondo invecchia, continuava Agostino, Cristo è perpetuamente giovane. E da qui l’invito: «Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli [Cristo] ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila» (cfr Sermo 81.8).

Ecco dunque la parola di Agostino per noi oggi.

Amiamo la pace; essa è anzitutto costruita con le parole. Ciò significa coltivare sentimenti di umanità, fuggire i pregiudizi contro persone o gruppi; non cadere nelle contrapposizioni che ci fanno comodo perché ci giustificano nel nostro quieto vivere. Costruire la pace con le parole significa anche essere informati, per quanto ci è possibile, circa i fatti e delle cause dei fatti. Il cristiano è chiamato con Cristo a operare perché non si formino situazioni di incomprensione, condizioni di miseria e di fame, odi religiosi o tra culture ed etnie. La pace si costruisce anzitutto conservando un cuore fraterno, come quello donatoci da Cristo nel battesimo.

Continuiamo nella ricerca di un amore più profondo a Cristo, perché è la conoscenza di Lui, della sua generosità nei confronti degli uomini, e della sua forza nel sostenere la nostra vita con il suo Spirito, che possiamo trovare il coraggio di attuare una solidarietà generosa nei confronti di quanti sono in fuga dalla guerra e dalla miseria. E si tratta di un aiuto che è personale, ma anche di tutta la nostra società, sia a livello di nazione che a livello di comunità delle nazioni Europee. Il cristiano, ci insegna Agostino, guarda oltre il suo cortile, e comprende che vi è un cammino da compiere con tutti gli uomini del continente europeo e del continente africano.

Ci aiuti Agostino, cittadino del Mediterraneo, a comprendere sempre meglio anche la nostra responsabilità di italiani e di europei.